giovedì 13 aprile 2017

Tra i primi fascisti bolognesi, precedenti ancora alla leadership di Arpinati vi furono i fratelli Pappalardo (Mario e Attilio) e Jacchia (Mario e Luigi), quasi certamente tutti insieme protagonisti, del primo assalto alla Camera del Lavoro cittadina nel giugno del ’19. Poi, le loro strade si divisero: Attilio Pappalardo (ex Ufficiale in guerra) continuerà ad essere attivo squadrista e sarà uno dei primi caduti repubblicani di Bologna (a lui verrà intitolata la Brigata Nera Mobile), Mario Jacchia (anch’egli ex Ufficiale) uscirà dal fascio alla fine del ’20 parteciperà alla lotta partigiana e sarà medaglia d’oro della Resistenza



Leandro Arpinati
 -Civitella di Romagna, 29 febbraio 1892  - 
Argelato, 22 aprile 1945- 


Figlio di un piccolo commerciante socialista, sedicenne, viene iscritto d'ufficio dal padre al PSI. Trasferitosi a Torino come ferroviere prima della Grande Guerra, tornò a vent'anni nel paese natale e qui fondò la sezione anarchica in concorrenza con la sezione socialista. Interventista, divenne amico del conterraneo Mussolini nel 1914.
Il 23 marzo 1919, su richiesta di Mussolini, entrò a far parte del "Comitato dei Fasci di azione rivoluzionaria", che allargava sul piano nazionale il "Fascio di combattimento milanese", fondato dallo stesso Mussolini a Milano in piazza Sansepolcro (adunata di Piazza Sansepolcro) il 21 marzo 1919. Dopo la dissoluzione del primo fascio di combattimento di Bologna (che era stato costituito il 10 aprile 1919, Arpinati fondò qualche mese dopo il secondo, e assai più duraturo, fascio di combattimento in quella città, del quale divenne segretario. Con lui, tra gli altri, Dino Grandi e Gino Baroncini.
A Bologna diviene uno dei capi dello squadrismo della città felsinea: in quegli anni di violenza, nel corso dei quali si consumarono numerosi omicidi. Arpinati fu arrestato varie volte in quegli anni: la prima volta nel novembre del 1919 a Milano, per fatti verificatisi a Lodi, e rimase in carcere per 46 giorni; la seconda volta il 20 settembre 1920 per l'assalto al "Caffè della Borsa" di Bologna, noto ritrovo di socialisti, nel corso del quale mano ignota aveva ucciso l'operaio Guido Tibaldi: rimase in carcere in questo caso solo 3 giorni. In entrambe queste vicende, dunque, pur essendo presente ai fatti, non vi prese parte criminalmente attiva. Una terza volta fu arrestato assieme a Dino Grandi e Gino Baroncini, nel gennaio 1921, per aver violato il decreto del Governo che vietava l'uso delle armi nelle provincie emiliane. Ancora: a metà marzo 1921 viene arrestato e portato nel carcere di Ferrara, poi rilasciato dopo pochi giorni; il 18 dicembre 1921 si autodenunciò per l'aggressione ai deputati socialisti Genuzio Bentini e Adelmo Niccolai e restò in carcere per due giorni; nel luglio 1922, durante gli scontri di Cesenatico, cade al suo fianco il segretario bolognese del Partito Nazionale Fascista (PNF) Clearco Montanari. 
Nel 1923, disapprovando l'uso della violenza del fascio bolognese nei confronti degli antifascisti, si ritirò dalla scena politica per un intero anno. Secondo altri autori, quel ritiro avrebbe avuto invece quale causa l'ingiusta accusa mossagli da Dino Grandi di aver acquistato due camion per le squadre fasciste.
Bologna 1923 primo anniversario della Marcia su Roma 
Mussolini con al suo fianco Arpinati

Nel 1921 divenne deputato (fino al maggio 1933) e, dopo la Marcia su Roma, "vice-segretario generale del Partito Nazionale Fascista (PNF).
Tra il 1924 ed il 1929 diventa federale provinciale del PNF di Bologna, Forlì, Rovigo e Treviso.
Nel 1926 divenne vicesegretario generale del PNF e podestà di Bologna, carica che lasciò nel 1929 per diventare sottosegretario agli Interni (fino al 1933).
Ricoprì molti incarichi anche in ambito sportivo: a cavallo tra il 1926 e il 1933 fu presidente del CONI e della F.I.G.C., diede il via all'importante riforma del campionato di calcio e ottenne l'organizzazione dei Mondiali del 1934. Per la stagione calcistica 1926-1927, in qualità di presidente della FIGC, decise per la non assegnazione del titolo, vinto sul campo dal Torino, a motivo di un presunto episodio di corruzione di un calciatore della Juventus da parte di un dirigente della squadra granata. Decise di non assegnare lo scudetto al Bologna, del quale era notoriamente tifoso, ritenendo che l'intero campionato 1926-1927 dovesse ritenersi falsato.
Il 4 maggio 1933 lasciò l'incarico di sottosegretario agli Interni. Fu dunque etichettato come nemico del regime e fu prima mandato al confino a Lipari (19 luglio 1934-1937), poi nel borgo di Malacappa, presso Bologna, agli arresti domiciliari nella sua azienda agraria fino al 1945, anno della sua morte.
Nel 1943 aveva rifiutato l'invito, fattogli da Mussolini in persona, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana; nascose invece nella sua tenuta ex prigionieri alleati ed il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) gli garantì protezione: nonostante questo, il 22 aprile del 1945 fu ucciso con ogni probabilità da un gruppo di partigiani comunisti guidati da Luigi Borghi. Sulle circostanze della sua morte sono state formulate peraltro numerose versioni.



MUSSOLINI E ARPINATI, ULTIMO COLLOQUIO 
(7 OTTOBRE 1943)
Marino Viganò


Di Leandro Arpinati esponente del fascismo emiliano degli anni '20, hanno già scritto circostanziate, anche se non sempre del tutto attendibili biografie, famigliari ed amici ; più sporadici gli interventi equilibrati sui motivi ed il periodo della “disgrazia”, della prigionia e del confino .


Quasi tutto si conosce anche degli ultimi mesi, trascorsi alla fattoria di Malacappa presso Bologna, sino alla tragica fine per mano di ignoti il 22 aprile '45, un giorno dopo l'ingresso degli Alleati a Bologna .
Un episodio di quei mesi merita, invece, un ulteriore approfondimento data la varietà e, a volte, la contraddittorietà delle fonti che ne trattano: il colloquio tra Mussolini ed Arpinati, alla Rocca delle Caminate, il 7 ottobre '43.
Si tenterà, dunque, di ricostruirne le fasi formali di accadimento, l'aspetto sostanziale del contenuto del colloquio e gli ulteriori, successivi tentativi di avvicinare Arpinati alla Repubblica Sociale Italiana messi in atto da diversi esponenti del fascismo repubblicano locale.
Duilio Susmel, attento e documentato storiografo della R.S.I., così sintetizza l'episodio in un vecchio articolo da una serie sui grandi gerarchi del Regime fascista:
“Subito dopo il suo ritorno al potere, Mussolini si rivide con Arpinati, e per l'ultima volta. Era stato il rettore dell'Università di Bologna, Coppola, acceso fascista “repubblichino” a convincere Giorgio Pini, direttore del “Resto del Carlino”, a parlare a Mussolini della convenienza di richiamare alla ribalta Arpinati, allo scopo di impegnarlo con la repubblica e di rafforzare le adesioni in Bologna. (Già Farinacci aveva suggerito, invano, di nominarlo ministro dell'interno). Mussolini non aveva mostrato di apprezzare troppo la proposta. Allora erano tornati alla carica il prefetto di Bologna, Montani, il professor Coppola e il federale Sarti, fin che erano riusciti, il 6 ottobre 1943, a far pervenire ad Arpinati questo biglietto autografo di Mussolini: “Caro Arpinati, domattina, giovedì 7, ti aspetto alla Rocca. Parleremo insieme sulla situazione. Cordiali saluti”.


Il destinatario accolse l'invito e il colloquio fu lungo e formalmente cordiale. I due romagnoli non parlarono del passato, e il Duce invitò l'uomo che gli era stato fedelissimo per molti anni a riprendere la sua collaborazione. Ma, prevenuto contro le annunciate direttive sociali, contro i tedeschi, in sostanza contro il fascismo, Arpinati si sottrasse ad ogni impegno col pretesto di essere troppo impegnato nella direzione della sua azienda agricola. Mussolini non insisté e l'incontro ebbe termine.
Più tardi, al giornalista Giovannini, ricevuto in udienza, il Duce disse: “Se il vostro amico Arpinati non fosse stato cosi cocciuto, forse molte cose non si verificherebbero ora. - Poi aggiunse: - Per ciò che riguarda Arpinati, la colpa è mia. Se non ci fossimo incontrati, sarebbe probabilmente rimasto un bravo e innocuo anarchico. Si era trasformato in un cattivo fascista ed è ora liberale, in ritardo di cinquant'anni. Mi dicono che treschi coi partigiani. Non so se spera qualcosa; in tal caso non ha capito niente” .
Circa l'avvio dei contatti con Mussolini per il “repechage” di Arpinati, narra Giorgio Pini, durante la R.S.I. direttore del “Resto del Carlino” e Sottosegretario agli Interni, esponente di spicco del fascismo bolognese, primo, occasionale motore della vicenda:
“Mi domandavo come avrei trovato Mussolini dopo i duri colpi del 25 luglio e dell'8 settembre, e come avrei saputo assolvere la missione di cui gli amici mi avevano incaricato. Questione delicata: si trattava di suggerire nel modo più opportuno un incontro riconciliativo con Leandro Arpinati, onde contribuire alla formazione di una atmosfera più propizia per lo sviluppo del fascismo repubblicano nel sensibile settore bolognese. (...) affrontai deciso la questione più delicata:
- Il professor Coppola...
- Goffredo?
- Sì, Goffredo Coppola ha visto in questi giorni Leandro Arpinati il quale si è mostrato sensibile parlando di voi. Coppola crede che Arpinati, se chiamato, risponderebbe. La cosa farebbe buona impressione a Bologna e forse riuscirebbe utile alla situazione locale.
Dimenticai di dirgli che, secondo voci forse attendibili ma da me non confrontabili, Arpinati era stato consultato da Casa Reale prima del 25 luglio ma si era rifiutato di aderire alla congiura di palazzo. Precisai che Kenda (già comandante della piazza di Bologna dopo l'8 settembre) era al corrente dell'iniziativa di Coppola. Ascoltò, forse sorpreso ma imperturbato, e rispose subito:
- Per Arpinati, si potrà fare, in un secondo tempo. Però sono cose nostre: non parliamo di ciò in presenza del tedesco. Ora fate entrare questo tenente (...).
Con Kenda ci avviammo al ritorno mentre alla Rocca veniva annunciato il prossimo arrivo del maresciallo Graziani. Durante il viaggio constatammo che sarebbe stato necessario tornare alla carica per definire la questione Arpinati. (...).
Goffredo Coppola e gli altri amici - molto si interessò della questione anche il Capo provincia Montani - non furono del tutto soddisfatti del risultato generico della mia missione. Da poco avevo conosciuto il federale di Bologna Aristide Sarti, giovane e valoroso tenente pilota, il quale, durante il periodo badogliano, aveva indirizzato al “Carlino” una coraggiosa lettera a nome dei combattenti che nulla avevano da rimproverarsi per il passato (...).
Sarti volle presentarsi a Mussolini insieme a Goffredo Coppola per risolvere la questione Arpinati, e siccome nessuno dei due erano ancora personalmente conosciuto dal Duce, mi chiese un biglietto di presentazione. Del seguito degli accordi fui solo genericamente informato perché ero di continuo impegnato nella lontana sede del giornale e non avevo tempo di frequentare uffici ed amici in città. Ma seppi che un giorno l'incontro fra Mussolini e Arpinati era effettivamente avvenuto alla Rocca. I due si erano abbracciati come vecchi amici ed erano rimasti lungamente a colloquio dopo oltre dieci anni di separazione. Tuttavia Arpinati non tornò alla politica e continuò a dirigere la sua azienda agricola alla Malacappa, presso Bologna, là dove fu assassinato nell'aprile del '45 insieme al noto avvocato Nanni. Con stupito dolore appresi poi da un testimonio che Arpinati, negli ultimi tempi, aveva ospitato in casa sua due ufficiali inglesi informatori; sicché la sua fine fu doppiamente triste ”.
Rievocando anni dopo per Giorgio Bocca quel tentativo fallito, il clima che l'aveva generato ed il probabile stato d'animo dei due interlocutori, Pini precisa:
“... bisogna aver vissuto il fascismo bolognese per capire: Arpinati è stato per anni un Bentivoglio, voglio dire un signorotto della città, è stato podestà, prefetto, capo del partito, delle organizzazioni sportive, un ras con molti fedeli, molta popolarità. Partito dall'anarcosindacalismo è finito su posizioni reazionarie ed è stato addirittura sospettato per l'attentato Zamboni al Duce, ma è sempre un nome, un personaggio, ciò di cui il
nuovo fascismo ha grandissimo bisogno)”.e sull'offerta della Presidenza del Governo Nazionale Repubblicano ad Arpinati“(...) forse glielo propone - osserva Pini - quando è ben sicuro che risponderà di no. Arpinati non accetta: dissente dalla impronta socialisteggiante della repubblica e non vuole muoversi dalla sua fattoria, la Malacappa. Le sue contraddizioni lo seguiranno fino alla morte, sarà ucciso dai partigiani anche se è rimasto fuori della repubblica e se ha dato asilo a prigionieri inglesi ”.
Sostanzialmente concorde un appunto di Franz Pagliani, responsabile della riapertura del Fascio bolognese dopo l'8 settembre, delegato al Congresso di Verona del P.F.R. (14 novembre '43), giudice al processo di Verona (8-10 gennaio '44), Ispettore regionale del P.F.R. per l'Emilia-Romagna e Comandante la III Brigata Nera Mobile “Attilio Pappalardo” di Bologna:
“(...) liberato da Campo Imperatore e, giunto alla Rocca delle Caminate, Mussolini volle vedere Arpinati che, solo dopo aver ricevuto un invito scritto, accettò di recarvisi: gesto senz'altro generoso da parte di un uomo che era stato per dieci anni, ingiustamente, secondo la sua persuasione, allontanato e confinato. Lo accompagnarono Goffredo Coppola, divenuto poi Rettore dell'Università di Bologna e caduto a Dongo, e il tenente tedesco Kenda (non maggiore, nè delle SS, ma ufficiale in servizio di collegamento politico, e tuttora vivente) e l'ex podestà di Bologna, Giambattista Berardi. Più che cordiale, I'incontro fu affettuoso, ma il colloquio che si prolungò per circa un'ora, avvenne a quattr'occhi.

All'uscita fu chiesto ad Arpinati se si potesse contare su una sua collaborazione attiva, ma egli allargò le braccia asserendo di preferire i suoi allevamenti. Non lo escluse decisamente però, e così si aprirono molte speranze successivamente deluse al punto che il federale Sarti, giovane aviatore impulsivo ed entusiasta, assunse nei confronti di Arpinati un atteggiamento talmente ostile che mi trovai costretto a chiedere a Mussolini (gliene dissi chiaramente la ragione) di sostituirlo; pochi giorni dopo, Sarti cadde eroicamente, quale pilota da caccia, nel cielo di Verona. Gli subentrò Eugenio Facchini, assassinato il 26 gennaio 1944).


Una testimonianza inedita sulle circostanze formali dell'incontro Mussolini-Arpinati è stato possibile, invece, raccogliere dalla viva voce di Antonino Melega, bolognese, all'epoca Ispettore regionale del P.F.R. per la Lombardia e l'Emilia-Romagna e, in seguito, Commissario Federale di Brescia:
Aristide Sarti tento un'operazione di sua iniziativa, priva di qualunque base di fattibilità concreta e destinata al fallimento. Il Duce aveva mandato al confino, “consule Starace”, parecchi dissidenti fascisti, i quali non avevano capito la nuova fisionomia che doveva assumere il P.N.F. (cioè assorbire liberali ed altri). Fra quegli “ortodossi della rivoluzione” c'era Leandro Arpinati. Ad un certo momento, Sarti mi confidò: “Sai, ho intenzione di avvicinare Arpinati, perché in questo momento è meglio "recuperare" uomini della vecchia guardia: cosa ne dici?”.
Io ho avvisato Sarti: “Sì, ma a tuo rischio e pericolo” “Accompagnami tu, Melega” “No, tu vai e mi riferisci: poi andiamo a Maderno”. In sostanza, Sarti andò da Arpinati e gli chiese: “Saresti disposto a collaborare con il P.F.R. ?” “Qualora venissi interpellato. . . “. Forte della risposta interlocutoria di Arpinati, Sarti andò da Mussolini e gli chiese: “Duce, sareste disposto ad accettare la collaborazione di Arpinati?”, e Mussolini: “Se Arpinati lo gradisse...”; Infine, basandosi su dichiarazioni tanto anodine, Sarti pensò di aver realizzato l'intesa.
Io, Sarti ed Arpinati ci recammo alla Rocca (sebbene io fossi estremamente scettico e non provassi alcuna fiducia e simpatia per Arpinati), Arpinati e Mussolini si incontrarono senza che nessuno di noi assistesse al colloquio: non so, pertanto, cosa si siano detti.
In conclusione Arpinati (che tornava a Bologna, mentre io tornavo a Brescia) ci comunicò: “Non ci siamo intesi del tutto: vedremo...“. Poi qualcuno (forse lo stesso Sarti) deve avermi detto che la faccenda era andata “in alto mare”. Di conseguenza, non se n'è fatto più niente, come io avevo previsto dato l'individuo Arpinati che, detto per inciso, avrebbe ospitato con l'avv. Nanni una radiotrasmittente alleata alla Malacappa per finire poi ucciso gli ultimi giorni d'aprile '45 dai partigiani.
In realtà, ancora dopo quel 7 ottobre '43 certi ambienti del fascismo repubblicano di Bologna non disperano di attrarre Leandro Arpinati nell'orbita di Mussolini e del Governo Nazionale Repubblicano; scrive, in proposito, il già citato Pagliani:
“È difficile dire se il Duce, battendo il ferro a caldo, avrebbe ottenuto la collaborazione di Arpinati; ma senza dubbio non aveva rinunciato all'idea, tanto è vero che quando nel novembre 1943, Gugliemo Montani, vecchio fascista bolognese e amico di Arpinati, giunse a Bologna come prefetto, mi chiamò, prima ancora di disfare le valigie, e mi pregò di accompagnarlo a Malacappa perché aveva ricevuto ordini "superiori" di proporre ufficialmente ad Arpinati la sua partecipazione al governo della R.S.I. Fummo accolti con molta cordialità e sembrava che tanti anni e tante vicende non fossero passati tra noi; visitammo la tenuta e gli allevamenti e ci trattenemmo alcune ore, ma quando Montani chiarì lo scopo della sua visita, trovò un reciso diniego. Disse testualmente Arpinati: "Ma non vi accorgete che ormai tutto è perduto? E voi combattete ancora? Io vi ammiro...". Non fu difficile rispondergli che non facevamo che seguire la via sulla quale egli stesso ci aveva indirizzato e guidato ”.
Conferma Giancarla Cantamessa Arpinati, figlia del vecchio squadrista forlivese:
“Le richieste non finirono subito e non finirono qui. Venne a Malacappa un certo maggiore Kenda, delle SS, accompagnato da autorità fasciste e mio padre fu invitato ad un qualsiasi tipo di collaborazione, anche il più semplice: mostrarsi con loro per le strade della città. Il papà rispose che forse ignoravano l'esito del suo colloquio con Mussolini. Il maggiore gli chiese come mai si era permesso di dire di no al duce. "Non collaboro con chi non stimo ", rispose mio padre, "ed ho cessato di stimare Mussolini molto tempo fa". "Lei si rende conto che chi non è con noi è contro di noi?". "Prendetela come volete: io non sono con voi".
Dopo qualche tempo fu la volta di un certo prof. Coppola a chiedere da capo la sua collaborazione ed infine il colonnello Dannhel, comandante la piazza di Bologna, gli intimò di presentarsi nel suo ufficio e credette davvero di allettarlo proponendogli di diventare Podestà di Bologna ”.
Commenta sarcastico queste righe Alberto Giovannini, già direttore del “Resto del Carlino” di Bologna e protagonista a sua volta di molte vicende emiliane del tempo:
“Forse alla figlia di Arpinati, il Torquato Nanni, che sotto il vigneto di Malacappa indugiava nella lettura di Platone, mentre attorno infuriava la guerra civile, è assai più caro nel ricordo, di quel "certo professor Coppola" che venne un giorno dal padre, e da Malacappa lo portò alla Rocca delle Caminate, dove Mussolini tentò per l'ultima volta di convincere l'antico compagno alla resistenza nell'ultima trincea. Ma quel "certo professor Coppola" era uno dei maggiori grecisti italiani, impegnato come un "certo professor Gentile" e un "certo professor Ducati", nell'avventura tragica che anche Leandro Arpinati aveva contribuito ad iniziare ed aveva portato avanti fino a renderla irreversibile. Coppola si apprestava a morire. Come Arpinati, ma di certo più ingiustamente di lui (...)”.
Quel che accadeva a Malacappa era noto; almeno a Mussolini. Il Duce un giorno ci disse, grosso modo "Il vostro amico Arpinati, se la fa con partigiani e antifascisti. Spera qualcosa. È segno che non ha capito niente"
Quanto al contenuto del colloquio del 7 ottobre, ne sono noti i resoconti di coloro che ebbero la ventura di raccogliere la versione dello stesso Arpinati, il quale, evidentemente, ne parlava tanto ai famigliari quanto agli ospiti occasionali della Malacappa. Ricorda ancora la figlia Giancarla:...
“Il colloquio con Mussolini fu molto tranquillo. Quando mio padre giunse alla Rocca la trovò piena di tedeschi e l'unico italiano che gli riuscì di vedere fu Monzeglio, un ex giocatore di calcio. Il Duce lo ricevette nel suo studio e gli andò incontro a braccia aperte: "Vuoi che parliamo del passato?" "Ci sono cose più importanti delle questioni fra me e te" rispose il papà.
Allora Mussolini iniziò una conversazione da salotto, punteggiata dalla sua irriducibile antipatia per Hitler. Disse mirabilia della flotta inglese, "gran popolo, diceva, gran popolo!", entrata in blocco nel golfo di Salerno per difendere le truppe incalzate verso il mare; si entusiasmò per il comportamento dei russi, gran popolo anche quello, poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, venne al nocciolo della questione e chiese la collaborazione del papà.
"Faccio l'agricoltore" rispose mio padre. Mussolini lo guardò con simpatia, quasi avesse già scontato il rifiuto e cominciò a lamentarsi dei tedeschi che lo tenevano praticamente prigioniero.
“Il tuo compito ora", disse mio padre, "è quello di scongiurare l'avvento di una guerra fratricida..." "Naturalmente!" convenne Mussolini. "Non devi permettere, insistette il papà, che in un nuovo governo i tedeschi si servano del tuo nome". "Se vogliono fare di me un fantoccio", rispose Mussolini, "si sbagliano.. . ". "Nè fantoccio nè niente" disse mio padre, “gli italiani non debbono venir divisi in due partiti, non deve scoppiare una guerra civile: tu puoi, tu devi impedirlo!". "Sta certo. Non si serviranno di me come di un fantoccio!".
Era sicuro di giungere ad un armistizio a buone condizioni. Mio padre gli espresse i suoi dubbi e Mussolini gli confidò il grandioso piano tedesco di allagare la valle padana per creare una potente barriera naturale. Il papà balzò in piedi esterrefatto: "Questo no" gridò "almeno questo no! Un danno incalcolabile! Distruggere le più produttive regioni italiane! Un piano criminale!" "È vero", consenti il duce, “è vero!" Salutando mio padre gli chiese ancora una volta di collaborare con lui e il papà rispose ancora: "Ormai sono soltanto un agricoltore". "Una volta o l'altra verrò a vederla questa azienda che ti tiene lontano da me!". Gli mise una mano sulla spalla, abbassò la voce: "Se ti chiamerò, quando ti chiamerò, so che verrai!". "Soltanto l'agricoltore... " rispose di nuovo mio padre ”.
Agostino Iraci, “collaboratore ed amico” di Arpinati (così lo qualifica, la dedica di una fotografia dello squadrista romagnolo, datata 1933, pubblicata nel frontespizio del suo volume), fornisce una versione quasi identica del colloquio tra i due ex camerati forlivesi:
“Mussolini gli va incontro con le mani tese. "Oh, Leandro, sono molti anni che non ci vediamo. Dobbiamo parlare del passato? Abbiamo molte cose da dirci" . E Arpinati: "ll passato ora non conta. Ci sono cose molto più importanti, io credo". E Mussolini: "Sapevo che avresti risposto così. Che ne dici della situazione?". Arpinati risponde che la guerra è perduta, e non c'è rimedio. Mussolini replica che non è vero. La Germania ha ancora grandi risorse e nei suoi confini è invincibile. Insieme col suo territorio, difenderà anche l'ltalia settentrionale. Manderà altre truppe e grandi mezzi. Sta preparando anche un piano di allagamento della pianura padana..." Arpinati protesta: "sarebbe distruggere duemila anni del nostro lavoro "... E aggiunse: "ma vedo che tu sei prigioniero dei tedeschi"...
Mussolini risponde: "Non è vero. Ho fatto sapere a tutti che io faccio il capo del governo, e devo avere la più ampia libertà d'azione. Se no, me ne vado. Ma ho bisogno di persone sicure. Tu sei l'unico uomo sul quale posso veramente contare. Tu devi essere per ora il Ministro dell'lnterno. Poi, nella nuova repubblica, io sarò il Presidente, e tu sarai il Capo del Governo. Ma tu devi stare con me".
Arpinati risponde che egli non può servire una causa, nella quale non può credere; che, a parte lo sfacelo incombente, i principi stessi della repubblica sociale gli sembrano utopistici, e in ogni caso, sono contrari alle sue opinioni, ché Mussolini dovrebbe ricordare...".
Mussolini insiste, ma inutilmente, egli stesso si rende conto che ciò che chiede non può essere. Si lasciano l'uno e l'altro un po' commossi, consapevoli che non si rivedranno più ”.
È possibile, a questo punto, anche se non semplice, proporre una sintesi della vicenda, sulla scorta delle versioni escusse. L'iniziativa di condurre Arpinati da Mussolini per recuperarlo alla vita politica del nuovo Governo fascista nasce in certi ambienti del fascismo bolognese più giovanile ed ingenuo, rappresentato dal Commissario Federale di Bologna, Aristide Sarti, e da una certa “vecchia guardia” dissidente che ne aveva condiviso la disgrazia, rappresentata da Goffredo Coppola.
Senza dubbio, sia Mussolini che Arpinati non pensano minimamente di incontrarsi e di colloquiare in quello scorcio del settembre '43 che presenta ben altri scenari politico-militari che quello delle “correnti” del fascismo anni '30; gli stessi intermediari, Giorgio Pini ed Antonino Melega, esprimono chiaramente un marcato scetticismo verso quell'iniziativa, ed ha torto Franz Pagliani nello scrivere che “Mussolini volle vedere Arpinati”: la freddezza di Mussolini verso l'ex camerata è registrata puntualmente da Pini.
Il colloquio viene imbastito frettolosamente fra il 3 ed il 6 ottobre, rispettivamente data del primo colloquio di Pini con Mussolini e del messaggio recapitato a Malacappa; pochi giorni dopo, Mussolini si trasferisce dalla Rocca a Gargnano, ove i tedeschi - secondo l'inglese Deakin - hanno preteso che abbia sede il nuovo Governo oramai formato e da essi promosso.
Posti ministeriali vacanti non ve ne sono più: il 5 ottobre, Ruggero Romano ha assunto i Lavori Pubblici; il 9 ottobre, Augusto Liverani assume le Comunicazioni in luogo del defezionario Giuseppe Peverelli.
Estremamente improbabile che Arpinati (a parte ogni altra considerazione) potesse assumersi gli Interni, sia pure “ad interim”: quel Ministero è saldamente in mano a Guido Buffarini Guidi, uomo dei tedeschi, politico scaltro e navigato, per liberarsi dal quale Mussolini, dopo caute manovre durate parecchi mesi, rischia il 21 febbraio '45 la rottura completa con gli “alleati” durante una drammatica crisi .
Sempre a proposito di tedeschi, non si vede come la figlia di Arpinati abbia potuto registrare un così spiccato interesse germanico per il recupero di un ex gerarca ad essi tanto estraneo, nè come Hitler potesse contare “sulla sua popolarità”... Dev'esserci pur sempre il riflesso di insistenza di elementi emiliani presso i comandi tedeschi di Bologna.
Semmai, la presenza dei tedeschi alla Rocca costituisce un ulteriore motivo di defilamento per Arpinati, ingigantito sino a riempire fisicamente tutto lo spazio circostante Mussolini; egli, infatti (e così anche la figlia), quasi non menziona nè Sarti, nè Coppola, nè Melega, nè Berardi: nei racconti del vecchio squadrista e della figlia, vi son soltanto vetture con soldati tedeschi e tenenti delle S.S.
Il calciatore Eraldo Monzeglio, amico dei Mussolini era senz'altro alla Rocca, ma Giorgio Pini presente secondo la versione di Arpinati non c'era.
In concreto, quel 7 ottobre del '43 si svolge un dialogo fra estranei, malgrado la calorosa accoglienza. Arpinati sale alla Rocca già convinto a non assentire ad una collaborazione e dopo aver selezionato situazioni utili solo a tal fine.
Mussolini, d'altro canto, tutt'altro che entusiasta dell'iniziativa di Sarti e Coppola, al di là dei convenevoli, trova in Arpinati un semplice interlocutore da far partecipe delle preoccupazioni, dei progetti e dei pensieri reconditi che d'ora innanzi rivelerà agli ospiti più fidati: un calcolo carico di diffidenza verso i metodi tedeschi, I'odio per Hitler, la speranza di poter ancora governare in piena autonomia, l'obiettivo di un armistizio onorevole.
Ad Arpinati offre tutto, perché Arpinati non vuole accettare nulla. Tuttavia, Mussolini non trascurerà anche in seguito di prendere notizie del collaboratore di un tempo e di esprimere giudizi sulla sua nuova posizione politica. Scrive Pini sull' udienza del 25 marzo '44:
“Mi aveva chiesto di Arpinati e io gli avevo risposto che continuava a fare l'agricoltore alla Malacappa, tenace nella sua nota avversione alla politica sociale, e ormai decisamente orientato contro i tedeschi ".
Gli fa eco ancora una volta Franz Pagliani, che scrive:
“Non rividi più Arpinati da quel giorno, ma ero sempre informato sul conto suo, anche perché tutte le volte che mi ricevette, Mussolini me ne chiese notizie, con affettuoso interessamento. Per non amareggiarlo, non gli dissi degli atteggiamenti sempre più manifesti, nè delle notizie che trapelavano (era un segreto di Pulcinella, e sarebbe bastato alzare un dito perché il covo fosse distrutto) sugli strani ospiti di Malacappa.
Quando, però, l'11 febbraio 1945, dopo talune vicende bolognesi, fui ricevuto l'ultima volta (erano con me il federale di Bologna, Torri, e il vicesegretario del partito Bonino, entrambi viventi) ed, esauriti gli argomenti politici del colloquio, ancora una volta Mussolini chiese: "E che fa Arpinati?", non potei più tacergli la verità, e pur senza accennare all'ospitalità concessa ai generali inglesi e ai nuclei radiofonici partigiani (la generosità dei comandi "repubblichini" fu veramente ammirevole), gli dissi essere ormai chiaro che egli aspettava gli alleati.
La scena è rimasta fotografata nella mia memoria anche perché è stata l'ultima volta che vidi Mussolini. Era pallido, con la barba lunga, vestiva la solita divisa grigioverde un po' gualcita e senza gradi. Si alzò in segno di commiato, si tolse gli occhiali, che posò sul tavolo ingombro di carte e con tono quasi solenne, profetico, disse: "Arpinati si illude, perché anche senza saperlo è imbarcato sulla nostra stessa barca, e quando affonderemo noi, verrà a fondo anche lui". Il che accadde, ad Arpinati, una settimana prima che a Mussolini ”.
Da STORIA VERITA' N. 11 Marzo-Aprile 1998

6 APRILE 1921 LETTERA DI MUSSOLINI A ARPINATI


Il 13 novembre del 1919 i fascisti "tentano" un nuovo comizio a Lodi, dove qualche giorno prima i sovversivi hanno impedito la loro manifestazione. Una trentina, giunti da Milano, confluiscono sul teatro Gaffurio, e si inizia, finchè le porte vengono divelte e una massa inferocita si precipita all'interno. I fascisti si dispongono in gruppo serrato nei pressi del palco, a difesa degli oratori, e dopo qualche cazzottatura, per non soccombere, aprono il fuoco, facendo un paio di morti tra gli assalitori che si danno alla fuga. Solo allora Carabinieri e Guardie Regie intervengono, e li arrestano tutti. Tra essi, nomi destinati a riecheggiare spesso nelle cronache degli anni seguenti: Leandro Arpinati, Arconovaldo Bonacorsi, Italo Bresciani, Luigi Freddi, Asvero Gravelli, Mario Carità. In cella (qualcuno ci resterà per oltre 70 giorni) il buonumore non manca: Bonacorsi si improvvisa stornellatore di valore, e c'è chi pensa alla "classica" foto con autografo.


6 LUGLIO 1929
 ARPINATI CON MUSSOLINI E BALBO ASSISTONO 
ALLA PARTITA DI CALCIO BOLOGNA-TORINO

31 OTTOBRE 1926 ARPINATI ALL' INAUGURAZIONE DELLO STADIO 
BOLOGNESE  "LITTORIALE" IL MAGGIORE ESISTENTE IN ITALIA

26 dicembre 1932
 Finale Coppa Cappelli: Roma vs Monaco 1860 3-1. Fasanelli, Dugoni, Volk

Leandro Arpinati ha appena consegnato la Coppa Cappelli a Bodini (Roma) che la sorregge

1932



 “Gli squadristi più spavaldi e più temuti –se i loro atti disonoravano il fascismo- Arpinati li ha messi personalmente a posto, a suon di legnate, indifferente se l’esempio pedagogico doveva offrirsi o sulla strada o nell’assemblea rumorosa o al teatro o nell’Università. E quando l’ora trionfale è giunta, e con essa la valanga delle passioni e dei risentimenti, poichè la resistenza di un uomo o di pochi uomini non è più sufficiente, in via Marsala, al nr. 30, si fonda un vero e proprio istituto di pedagogia applicata ed attualistica, la “cantina”, la famosa “cantina”. E’ una cantina come un’altra, forse peggiore delle altre, affondata laggiù sotto terra e con un solo spiraglio di luce. Quando il fascismo era in armi e il piccolo ristorante del fascio in via Marsala ospitava a poco prezzo e troppo spesso gratuitamente i compagni di passaggio, quella cantina valeva solo a rendere più tetra la vigilia fatale di qualche pollastro predestinato. Poi è salita in grado e in fama. Venne destinata a quei fascisti e a quei patriottoni di troppo zelo, il cui distintivo e il tricolore servivano a coprire merce di contrabbando. La cura, laggiù, era delle più semplici, e richiedeva solo una panca che stesse bene in piedi e due verghe. Il paziente colpevole veniva denudato soltanto in parte, là dove non poteva arrossire: riceveva così, supinamente, la bene dosata e bruciante punizione. La “cantina” arrivava dove la giustizia ordinaria non poteva arrivare o sarebbe giunta in ritardo, ed ha avuto, a Bologna, in seno al fascismo, un’influenza altamente moralizzatrice.
Nei casi di gravità estrema, estremi rimedi. Un giorno, interrogati al “San Pietro” due capoccioni fascisti circa un omicidio avvenuto nel loro paese, avendo essi risposto che non ne sapevano nulla, Arpinati, con quella profonda conoscenza della psicologia umana che lo distingue, intuisce che proprio quei due ne sono responsabili, e difatti, poco dopo, nella cantina”, ne ha esplicita confessione. “Queste sono due rivoltelle –li ammonisce- avete un’ora di tempo per spararvi. Sennò, vi consegno alla Questura”. E la consegna alla Polizia avveniva regolarmente un’ora dopo. Quando un giovane squadrista, che il capo ama, gli si presenta con gli occhi sbarrati, a confessare che, in una rissa improvvisa, disgraziatamente ha ucciso, Arpinati, trattenendo appena le lacrime, gli indica la via della giusta espiazione. E pochi minuti dopo, il Questore riceve il giovane pallido che gli confessa: “In via Borgo ho ucciso io e mi costituisco, per ordine del mio capo”

(Torquato Nanni, Leandro Arpinati e il fascismo bolognese, Bologna 1927)